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lunedì 8 maggio 2017

‘Ndrangheta, arrestato Rocco Barbaro. “E’ il referente dei clan in Lombardia”

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Articolo di Lucio Musolino

Latitante dal 2015, il boss inseguito da un ordine di custodia della Dda di Milano è stato individuato in Calabria a Platì, il paese d'origine. Il suo clan è attivo da decenni a Buccinasco, alle porte del capoluogo lombardo. Tra le contestazioni, il controllo occulto di un bar nel comune del milanese

Per la latitanza aveva scelto la Calabria e, in particolare, la sua Platì considerata “culla” della ndrangheta. È stato arrestato intono alle 13 il boss Rocco Barbaro, 52 anni (nella foto), ricercato dal 2015 e che a breve sarebbe stato inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia. Secondo la Procura di Milano, Rocco Barbaro è l’attuale referente Lombardo delle cosche calabresi.

I carabinieri del gruppo Locri lo hanno scovato all’interno dell’abitazione di una delle figlie. Conosciuto con i soprannomi di “u Sparitu” e “u Castanu“, Rocco Barbaro era ricercato perché destinatario di un’ordinanza di arresto per associazione mafiosa emessa dal gip di Milano su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

I fatti contestati si sarebbero consumati tra il maggio 2013 e il gennaio 2014, quando il boss, secondo l’accusa, è stato intermediario della cessione della proprietà di un bar nel capoluogo lombardo. L’accusa per “U Sparitu” è intestazione fittizia a una terza persona, in quanto la precedente gestione del bar aveva contratto numerosi debiti, in particolare con i Monopoli di Stato.
Oltre alla compravendita dell’esercizio commerciale, Rocco Barbaro avrebbe gestito in modo occulto il bar controllando in tutto e per tutto l’operato del nuovo titolare, anch’egli originario di Platì.
Già due volte latitante (nel 2003 è stato arrestato sempre a Platì), Rocco Barbaro è figlio del patriarca Francesco e fratello di Giuseppe considerato il “re” dei rapimenti. Da anni si era trasferito in Lombardia, a Buccinasco, alle porte di Milano, dove il clan Barbaro ha numerosi interessi soprattutto nel traffico di droga.

sabato 24 dicembre 2016

Cibo consapevole: la lotta alla mafia inizia dalla tavola




Da: Bresciaoggi
di venerdì 23 dicembre 2016

Articolo di v.mor.

ACQUAFREDDA. Un contributo aperto a tutti

Il Gas propone la frutta di Rosarno È coltivata sui terreni confiscati

La mafia si combatte anche facendo la spesa. Come sia possibile lo spiega concretamente il Gruppo di acquisto solidale di Acquafredda (GasDotto), che ha deciso di aderire al progetto «Sos Rosarno»: una campagna di sostegno a produttori alternativi per il consumo di frutta.
Per una decina di famiglie del paese arance, mandarini e limoni arrivano direttamente dal cuore della Calabria; da una parte di regione umiliata e devastata dalla criminalità organizzata e da politiche inconsistenti.
«Abbiamo deciso di accogliere la proposta del Gas di Lonato, e scelto di acquistare arance e altra frutta prove- niente da terre confiscate ai clan mafiosi e riaffidate a coltivatori con una visione ben diversa dell’agricoltura», dice Pasquale Moffa. 
Poi, il membro del Gas di Acquafredda ricorda che «tutto è diventato possibile grazie all’impegno del Des (il Distretto equosolidale) Basso Garda, una realtà che si occupa di fornire ai consumatori prodotti agroalimentari biologici oltre che etici. Una realtà in crescita anche nel nostro territorio, nel quale molti agricoltori, in alternativa alla logica della produzione intensiva e delle monoculture, stanno decidendo di tornare alla terra nel senso letterale del termine, coltivare prodotti nel rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini».

OGNI DUE settimane, quindi, nel cuore della Bassa orientale arrivano cassette di frutta dalla Piana di Rosarno: «Queste sono arance con la vitamina L come legalità», aggiunge con un pizzico di orgoglio Moffa. In un territorio come quello della Bassa in cui la ’ndrangheta ha ormai messo radici attraverso clan tradizionali e non, come dimostra il processo Mamerte che si sta svolgendo in questi giorni nel Tribunale di Brescia, un gesto del genere assume un significato davvero particolare.
«Consumare arance e limoni delle terre che fino a poco tempo fa venivano utilizzate dalle ’ndrine per i propri affari criminali fa acquistare un sapore diverso a questi prodotti», conclude l’esponente del Gas. 


mercoledì 5 ottobre 2016

Le mille trame del faccendiere bresciano: «Tutti hanno un prezzo»

Da: Corriere della Sera - Brescia (edizione online)
mercoledì 5 ottobre 2016

Scritto da Wilma Petenzi

Alessandro Raineri millantava rapporti con il banchiere Giovanni Bazoli e con il giudice Frigo. Accertati i contatti con l’ex prefetto di Milano e di Brescia Francesco Tronca

Vantava amicizie e conoscenze importanti, quelle che possono aprire parecchie porte, risolvere problemi e portare affari. Affari importanti. In alcuni casi la conoscenza era reale, ma nella maggior parte delle situazioni si trattava di esagerazioni, nomi pronunciati a casaccio, solo per fare colpo. Per la procura milanese Alessandro Raineri, bresciano di 73 anni, nato a Palazzolo sull’Oglio, ma residente a Cellatica, era un millantatore. Millantato credito è uno dei reati contestati a Raineri, oltre all’accusa di essere destinatario di somme distratte da società fallite. Le «amicizie», anche a Roma, Raineri le spendeva con gli imprenditori coinvolti nella maxi inchiesta milanese: «Tutti sono corruttibili» era solito dire. 

I retroscena e i contatti
Dalle intercettazioni emerge una fitta di rete di rapporti e relazioni di Raineri con pubblici ufficiali. La procura ha accertato «l’esistenza di contatti con l’ex prefetto di Milano e di Brescia Francesco Tronca, che lo chiamava - si legge nell’ordinanza del giudice Alessandra Simion - per sollecitargli l’organizzazione di una cena con il consigliere regionale Alessandro Sala (pure lui di Palazzolo) con monsignor Vittorio Formenti (anche lui bresciano) che, pur operando all’interno del Vaticano, chiedeva a lui dei pass per presenziare a funzioni liturgiche all’interno della Santa Sede». Per poter andare all’udienza del Papa chiedeva aiuto a Raineri una dipendente della corte d’appello di Brescia a cui Raineri in cambio chiedeva un biglietto per andare all’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Mi faccia avere un biglietto tramite il capo guardia che poi vengo io e lo presento a Giuseppe» millantando, secondo le accuse, la sua amicizia con l’avvocato Frigo con il quale diceva di essere a pranzo («scusa Giuseppe che non sento... sì è qui con me, siamo a pranzo»). Conoscenze anche con Carlo Visconti, magistrato e segretario alla Corte costituzionale che - si legge sempre nell’ordinanza - lo sollecitava affinché il figlio del proprio portiere potesse celebrare il battesimo a Roma. 

I contatti con Tronca e Bazoli

Dalle intercettazioni emerge anche il legame con l’imprenditore bergamasco Venturino Austoni (pure lui destinatario dell’ordinanza) che lo sollecitava perché facesse pressioni su pubblici ufficiali a seguito delle verifiche fiscali su alcune sue società. Il rapporto tra i due non riguardava solo i pubblici ufficiali - diversi i contatti di Raineri con il generale della Finanza Fabio Migliorati - ma anche l’aggiudicazione di appalti pubblici in via preferenziale alle società di Pierino Zanga. «In tal contesto - scrive il gip - si inquadrano le pressioni, peraltro conclusesi positivamente, fatte da Raineri nei confronti di Ettore Fermi a beneficio della società Zanga al fine di far ottenere a questi l’assegnazione di lavori nell’ambito della realizzazione dell’alta velocità Brescia-Verona». Raineri vantava la capacità di influenza, sempre a vantaggio delle società degli amici, anche «nei confronti di altri uomini delle istituzioni quali Giovanni Bazoli e (come già detto) dell’ex prefetto di Milano Tronca, ciò allo specifico scopo di ottenere appalti per l’esecuzione di opere pubbliche». Ma questa attività che sarebbe continuata per tutto il periodo dell’indagine non avrebbe portato alcun esito positivo. Gli investigatori hanno concluso che «la millanteria posta in essere da Raineri nella maggior parte dei casi aveva ad oggetto una relazione con i pubblici uffici di fatto esistente e comprovata, in altri casi venivano in rilievo relazioni la cui esistenza non poteva accertarsi in concreto, come nel caso di Bazoli, essendosi accertato in tal caso solo scambi con la sua segretaria». 

lunedì 3 ottobre 2016

Finanza, appalti e ‘ndrangheta: arrestato faccendiere bresciano


Da: Corriere della Sera - Brescia (edizione online)
lunedì 3 ottobre 2016

Alessandro Raineri millantava contatti e conoscenze a «livello romano»

Avrebbe millantato alcuni contatti e conoscenze «anche a livello romano» nei suoi rapporti con imprenditori, Alessandro Raineri, presunto «faccendiere bresciano» arrestato, assieme ad altre 13 persone, nell’ inchiesta milanese con al centro l’acquisizione di subappalti di opere pubbliche in Lombardia. È quanto emerge dalle indagini condotte dal Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano. L’indagine avrebbe svelato una rete di «complicità e relazioni con soggetti operanti nel settore finanziario, economico ed imprenditoriale» che si sarebbe sviluppata a seguito dell’attività di Raineri, «uomo a libro paga degli imprenditori, ed in contatto con numerosi esponenti di diverse amministrazioni ed enti pubblici». Raineri si sarebbe anche «reso protagonista di diversi episodi di millantato credito, ricevendo dagli imprenditori appartenenti al sodalizio» soldi «a fronte del suo asserito interessamento a livello istituzionale» per la «risoluzione di loro problemi di varia natura. La presunta associazione per delinquere, smantellata il 3 ottobre nell’ambito dell’inchiesta milanese con al centro l’acquisizione di subappalti di opere pubbliche in Lombardia, sarebbe stata formata da «imprenditori bergamaschi e calabresi», alcuni dei quali «aventi contiguità ad un contesto criminale di `ndrangheta”. È quanto emerge dagli atti dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Ilda Boccassini e dal pm Bruna Albertini, che ha portato in carcere, tra gli altri, Davide Lonardoni, 45 anni di Varese, dirigente di NordIng, società del gruppo Ferrovie Nord Milano. Tra le 11 persone finite in carcere (per tre, invece, sono stati disposti i domiciliari) c’è anche Pierino Zanga, imprenditore bergamasco, dominus di un circuito di società aggiudicatrici dei vari subappalti per la realizzazione di opere pubbliche».
La custodia cautelare in carcere è stata disposta anche per Salvatore Piccoli, imprenditore nato a Catanzaro, per le due presunte «teste di legno», Pierluigi Antonioli e Giuseppe Colelli, per l’imprenditore bergamasco Venturino Austoni, e poi ancora per Antonio Stefano e Graziano Macri’, ritenuti dagli investigatori vicini a clan della `ndrangheta. E poi ancora per l’imprenditore Giuseppe Gentile, originario di Reggio Calabria, per il commercialista Giuseppe Tarantini. Agli arresti domiciliari, invece, sono finiti il dipendente della NordIng, Massimo Martinelli, Gianluca Binato, dipendente di della società `Itinera´, e l’imprenditore Livio Peloso.

Secondo le indagini, le «condotte corruttive» sarebbero consistite nella «concessione, a favore di dirigenti e responsabili di cantiere di importanti società appaltatrici di dazioni in denaro, beni e utilità varie» per ottenere «agevolazioni» nell’aggiudicazione dei lavori. La Gdf ha anche accertato «violazioni penal-tributarie», tra fatture false e «indebite compensazioni per crediti inesistenti», per «oltre 20 milioni di euro» dal 2010 in poi. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento di tre delle società.